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cover I percorsi di crescita delle piccole e medie impreseFerdinando Azzariti (Prefazione di Paolo Scaroni *)
La competitività della nostra industria ha risentito della frammentazione dell’attività di un numero elevatissimo di imprese piccole. Dimensioni aziendali ridotte conferiscono elasticità al sistema, ma rendono più difficile lo sviluppo di prodotti e tecniche innovativi, limitano l’efficienza.
Il 95% delle nostre imprese ha meno di 10 addetti. Questa classe dimensionale ha un peso in termini di occupazione pari al 47%, contro il 21 in Germania, il 22 in Francia e il 27 nel Regno Unito. La dimensione delle imprese italiane dell’industria e dei servizi è in media pari a circa il 60% di quella degli altri Paesi dell’Unione Europea. È particolarmente basso, in Italia, il peso delle aziende di media dimensione. Il contributo che le piccole imprese hanno fornito negli ultimi decenni allo sviluppo della nostra economia è stato determinante, ma la frammentazione rischia ora di incidere negativamente sulle capacità di crescita”.
Queste affermazioni, confortate da dati comparativi con i principali Paesi europei, sono tratte dalle “Considerazioni finali” fatte dal Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio nella sua relazione del maggio 2002. Certamente il nostro Paese, con alcune aree di eccellenza in particolare, ha vissuto negli ultimi vent’anni una crescita fantastica, forse unica al mondo, di imprenditorialità, basata sostanzialmente sulla piccola o addirittura micro- impresa. Quando le statistiche ci dicono che in alcune province del. Nord d’Italia c’è un’impresa ogni 12 abitanti, questo dato stupefacente fa emergere due considerazioni: da un lato, misura l’elevatissimo tasso di imprenditorialità di queste aree, ma, dall’altro, quantifica le dimensioni davvero minuscole della stragrande maggioranza di queste imprese. Fino ad oggi questa microimprenditorialità diffusa, modello unico nel mondo industriale, ha avuto uno straordinario successo: il Nord-Est, ad esempio, ha goduto di tassi di crescita coreani in un’economia italiana sostanzialmente stagnante.
La domanda che molti si pongono è: questo modello ha un futuro, può continuare in questa forma e con queste caratteristiche? Io personalmente ritengo, pur con tutte le cautele del caso, che questo non sia possibile. La ragione? A me sembra che la globalizzazione dell’economia mondiale che si estende ogni giorno a nuovi segmenti dell’economia spinga ineluttabilmente al gigantismo delle imprese. Il numero dei settori industriali in cui non si può operare se non si è aziende mondiali e dove la PMI è tagliata fuori continua a crescere: e mi riferisco in particolar modo alla farmaceutica, all’elettronica di consumo, all’elettromeccanica, alle telecomunicazioni, a tutti quei settori che necessitano di tecnologie raffinate e di ingenti investimenti in Ricerca e Sviluppo che devono essere spesati su fatturati elevatissimi.
E quel che è piú grave è che sono proprio questi i settori a più alto tasso di crescita e che consentono i margini piú elevati. Io temo infatti che questo modello, basato sul nanismo aziendale, mostri nel prossimo futuro i suoi limiti, poiché globalizzazione e nuove tecnologie richiedono dimensioni aziendali più ampie. Altra caratteristica tipica delle imprese italiane è quella della presenza della famiglia al timone di comando: ciò è vero nella grande come nella piccola impresa anche se, ovviamente, nelle medie e grandi aziende il management professionale affianca la famiglia nella gestione. Le nostre imprese sono d’altra parte, tranne qualche rara eccezione, di prima e di seconda generazione ed è, conseguentemente, naturale trovare il fondatore o i suoi figli ancora in grado di occupare la plancia di comando. Questo ruolo determinante della famiglia nell’impresa non è tipico solo dell’Italia anche se nel nostro Paese la cellula famiglia esercita una funzione tutta particolare.
Ed allora queste due caratteristiche peculiari del nostro capitalismo – le aziende giovani di prima o di seconda generazione e la famiglia come valore fondamentale – fanno si che la successione familiare al comando delle imprese sia la soluzione piú logica e quindi la norma anche in quei casi nei quali le problematiche derivanti dalla gestione di realtà molto complesse non farebbero pensare a capacità di comando trasmissibili per via genetica. In effetti, mentre nelle microimprese è facile immaginare il figlio che impara il mestiere dal padre, nelle aziende grandi o medie che competono con le multinazionali il passaggio ad un management totalmente professionale con la famiglia che assume un ruolo di azionista sembrerebbe un passo obbligato.
Tutto ciò sembra abbastanza ovvio ed è quanto è già avvenuto nei paesi che si sono industrializzati prima del nostro come l’Inghilterra, gli Stati Uniti od il Giappone. Nel libro di Azzariti, che ha deciso di descrivere con metodo e precisione modelli di sviluppo provenienti da Paesi più avanzati, ravvedo la scelta di due direzioni coraggiose oltrechè meritorie. Da un lato, perché completa la conoscenza e l’analisi del fenomeno piccola e media impresa, sottolineando la crescita aziendale di quella miriade di aziende che innovano processi e prodotti, che si internazionalizzano e sono vincenti nel mercato globale.
Dall’altro, perché testimonia, con casi aziendali ricchi di informazioni ma anche di aneddoti, una realtà imprenditoriale poco raccontata “dal di dentro” dai mass media. Il volume si rivela dunque un utile strumento di conoscenza e approfondimento della realtà delle piccole e medie imprese, ma soprattutto, la sua stimolante lettura offre interessanti spunti di riflessione e di azione a quegli imprenditori che intendano far crescere la propria realtà aziendale, confrontando e verificando le strategie di affermazione e crescita delle imprese sui mercati internazionali.
* Amministratore Delegato Enel spa
Introduzione di Azzariti Ferdinando *
In questi ultimi mesi, e da più parti, si sta affrontando il tema della piccola e media dimensione delle imprese italiane che, tra l’altro, si pongono come base dell’economia nazionale. Ci riferiamo in particolar modo sia alla Relazione del Governatore della Banca d’Italia – come già evidenziato nella prefazione da Paolo Scaroni – che al Rapporto ISTAT, studi che hanno evidenziato in modo critico il pullulare di aziende di dimensioni ridotte nel nostro Paese. Quest’anomalia del “modello italiano” rispetto al panorama internazionale ha condotto alla definizione di capitalismo familiare, caratterizzato soprattutto dal nanismo aziendale. Questo nanismo è dettato però da fattori istituzionali, ma anche dallo stretto legame tra l’impresa (intesa come istituzione) e l’imprenditore (inteso come persona). Quest’ultimo è il vero artefice del successo che preferisce modellare l’impresa a sua misura, subordinando la crescita al capitale, alle competenze e alle capacità organizzative di cui dispone. In Italia, negli ultimi anni, sono nati due filoni di pensiero sullo small business. Da un la to, c’è chi sostiene che le piccole imprese italiane sono destinate ad essere soppiantate dalle grandi, essendo le performance conseguibili da ueste ultime molto più elevate, e di conseguenza il loro destino o di crescere o di scomparire. Dall’altro lato, c’è chi sostiene che le piccole dimensioni consentono all’impresa di muoversi agilmente, con grande flessibilità e apacità di adattamento al mercato ed ai contesti esterni, che non ha onfronti con la grande azienda: in questo modo, alla piccola impresa viene conosciuta un’identità con caratteristiche di organizzazione stabile, non come il primo stadio di sviluppo verso altre dimensioni. Sembra essere prevalente questo secondo tipo di convincimento, anche se si comincia a chiedersi se iò sia un bene od un male in un’economia globale dove contano sempre di più le economie di scala e le capacità di innovazione. In un recente studio l’OCSE ha cercato di identificare i fattori trainanti della produttività in otto Paesi occidentali (tra cui Stati Uniti, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia) mettendoli a confronto. Il risultato che ne esce non è tanto di bello o brutto, di positivo o negativo, quanto di “sistema conomico”, in particolare lo studio OCSE individua che la crescita della produttività non dipende tanto dalla dimensione aziendale, quanto da due cause precise: dall’innovazione produttivistica che si realizza all’interno delle imprese esistenti (piccole o grandi) e dal processo di ricambio (confronto tra entrate ed uscite), per cui nuove imprese (più innovative) entrano sul mercato e vecchie imprese (meno innovative) ne escono. L’effetto ricambio è una delle specificità del sistema italiano, le nostre nuove imprese infatti danno un contributo positivo alla produttività del loro settore nell’84% dei casi, mentre negli Stati Uniti delle corrispondenti imprese solo il 10% fornisce un contributo positivo, mentre Francia e Gran Bretagna si attestano su posizioni intermedie. Questo è dettato prevalentemente dal ricambio, poiché questo è quasi naturale in Italia dove le imprese sono piccole e personalizzate, mentre è più difficile negli Stati Uniti dove le imprese sono di grandi dimensioni. Ma ancor più interessante è il fatto che le imprese italiane nascono già con capacità competitive vicine a quelle dei leader di mercato con cui si confrontano: per sopravvivere debbono specializzarsi e posizionarsi meglio sul mercato più che crescere in dimensioni. Il vero vantaggio competitivo, in Italia e nei paesi europei, è dato dalla presenza di buone idee che non vengono trattenute, nascoste ma sono diffuse o nel distretto oppure nella filiera produttiva, generando, in una sorta di doppia elica di Crick e Watson (gli scopritori del DNA), la continua proliferazione di nuove imprese efficienti. Il nostro studio evoca l’idea di una piccola e media impresa allungata che diventa europea, ed in alcuni casi globale, pur conservando nel luogo di origine i centri di potere decisionali e mantenendo il controllo delle attività a più alto valore aggiunto (ricerca e sviluppo, finanza ed amministrazione): questo le consente di coniugare creatività e capacità innovativa con la capa- cità di esportare non solo di prodotti, componenti o semilavorati ma anche di idee.

Azzariti Ferdinando (* Consulente e formatore aziendale)

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